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domenica 23 ottobre 2016

Step 08: Il Tenné per la Non-Scienza

"Quella superstizione religiosa che presso gli altri uomini è oggetto di biasimo, serve in Roma a mantenere unito lo Stato [...]. Ciò potrebbe suscitare la meraviglia di molti; a me sembra che i Romani abbiano istituito questi usi pensando alla natura del volgo: [...] poiché la moltitudine è per sua natura volubile e soggiace a passioni di ogni genere, a sfrenata avidità, ad ira violenta, non c'è che trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori. Sono per questo del parere che gli antichi non abbiano introdotto senza ragione presso le moltitudini la fede religiosa e le superstizioni sull'Ade, ma che piuttosto siano stolti coloro che cercano di eliminarle ai nostri giorni." 
                                                               Storie, VI, 56, Polibio  

Sin dai tempi più antichi, come ci mostra questo passo dello storico greco Polibio, tantissimi modi di fare e di dire, atteggiamenti e comportamenti della gente, risultano condizionati proprio da quelle credenze popolari che si vorrebbe ignorare, ma delle quali si subisce un inevitabile influsso. Credenze che, tramandate di generazione in generazione, trovano spesso terreno fertile per gran parte delle persone. E’ difficile, se non inevitabile, per chi sia a conoscenza del loro significato, anche se ammette di non crederci, non restarne coinvolto. Per questa ragione dunque, analizzeremo in che modo il nostro colore è chiamato in causa nel mondo della superstizione, dei detti e proverbi comuni, non solo nella nostra cultura!


In un antico proverbio romano si dice:
" Equus fulvus prius enectus quam fatigatus " (Il cavallo fulvo è già spossato prima di essere domato).
Ma l'aggettivo fulvus compare anche nel nome scientifico del grifone, come avevamo già notato ne Il Tenné e il Mito.
In alcune leggende questo animale abitava i monti Rifei dove estraeva l’oro, mentre presso alcune tribù, si credeva punisse l'avidità e l'avarizia sorvegliando l'oro e le abbondanti gemme che si trovavano sui monti (di solito il Caucaso o gli Urali) facendo a brandelli chiunque cercasse di rubare queste ricchezze.
Inoltre, i grifoni rappresentavano la superbia: questa associazione è dovuta al fatto che si narra che Alessandro Magno cercò di cavalcarne uno per raggiungere la sommità del cielo.
Riguardo al suo uso regolare nell'Araldica, Boekler (1688) diede la seguente interpretazione: "I Grifoni sono ritratti con un corpo di leone, testa d'aquila, lunghe orecchie, e gli artigli dell'aquila, ad indicare l'unione tra forza ed intelligenza". Quest'interpretazione nasce dal fatto che l'aquila simboleggia l'intelligenza, mentre il leone la forza, quindi il grifone rappresenta la perfetta unione di muscoli e cervello. Ma, dopo il cambiamento di vedute seguito a Dante, in cui è ritenuto simbolo della Chiesa, divenne il nemico del Serpente e del Basilisco, entrambi considerati demoniaci.

E nel Vocabolario degli Accademici della Crusca (1705) viene riportato l'antico detto:
 " Dare un grifone a uno " : si dice del dargli un pugno nel viso


CORNIOLA
La pietra ormai a noi cara è protagonista di moltissime credenze. 
Nel Dizionario delle superstizioni (1993), pubblicato da Alfonso Burgio, si legge:
 Pietra sacra alla Vergine, essa preserva da ogni male: allontana le convulsioni, la febbre  intermittente, quella a passo ridotto e quella maltese.
 Per queste sue virtù immunizzatrici, scrive Goethe: 
" La corniola è un talismano, ti fa star felice e sano. Ti protegge dai malanni la tua casa non ha danni ".
 Nell'antica Grecia le matrone la usavano contro i reumatismi e le nevralgie, mentre in  Spagna, al tempo del re Alfonso X, era consigliata per dare un timbro più virile alle voci  bianche e a quelle delle persone peritose: 
 " La corniola tieni d'occhio
 è una pietra portentosa: 
 se hai una voce da finocchio
 te la rende cavernosa ".
 (Anonimo lapidario spagnolo)

La gemma magica si crede inoltre aiuti a trovare la serenità, stimoli la curiosità, accresca le abilità analitiche della mente, esorti all'azione
Alcuni Nativi Americani se ne servivano per scacciare l'apatia o liberare le persone dal dolore e dall'invidia, mentre nel Medioevo chi la sceglieva come ornamento era protetto dai pensieri impuri, stregoneria, fulmini e nevralgie. 
In Cina si pensava che trasformasse le persone timide e impacciate in eccellenti oratori. Secondo la medicina ayurvedica, la corniola è tra i sette cristalli che emettono vibrazioni benefiche: rafforza il carattere, equilibra le passioni, migliora la qualità e la circolazione del sangue, arresta le emorragie, vince i dolori delle coliche, aiuta gli anemici, l'intestino e la digestione, favorendo in generale il metabolismo.



QUERCIA
E non potevano mancare modi di dire e proverbi sulla quercia (ricordiamo che l'antico nome del tenné, tané, identifica la corteccia della quercia), simbolo di forza, longevità e durezza:

" Essere una vecchia quercia " (si dice di una persona anziana ma in ottima salute, oppure di una persona forte e robusta in generale. Riferito anche a individui di grande saldezza morale o grande forza d'animo, capaci di far fronte alle difficoltà e di sopportare e reagire alle avversità della vita senza lasciarsene abbattere)

Una canna al vento vive, mentre possenti querce cadono " (proverbio cinese)

" Forti querce crescono da piccole ghiande " (proverbio inglese)

" Piccoli colpi hanno abbattuto grandi querce " (proverbio olandese)

" Le querce non fanno limoni " (proverbio italiano, o arance in una versione marchigiana)

" Al primo colpo non cade la quercia! " (proverbio italiano; variante latina/greca:
Multis ictibus deicitur quercus / πολλαῖς πληγαῖς στεῤῥὰ δρῦς δαμάζεται )

La quercia storta si raddrizza con le botte " (detto abruzzese)

" La quercia fa ghianda " (detto marchigiano)

Chi pianta una quercia è nobile d'animo " (detto toscano)

" Aspetta il porco alla quercia " (detto toscano, consiglia l'attesa del momento giusto)



Curiosità: in lingua inglese, viene indicato con il nome tawny owl a causa del suo colore, quello che noi conosciamo come allocco.
Molte sono le credenze popolari legate a questo animale, legate forse al suo aspetto. La testa grossa, il corpo grassoccio, gli occhi tondi, il volo silenzioso e notturno, l'udito finissimo e la capacità di ruotare la testa hanno fatto nascere la leggenda che la loro visione preannunci disgrazie e morte; associati alle streghe, nel Medioevo qualcuno li inchiodava fuori dalla porta di casa per allontanare gli spiriti maligni.
William Shakespeare scrive nel suo Giulio Cesare (Atto 1 Scena 3):
 " E ieri l'uccello della notte si è seduto / Anche a mezzogiorno sulla piazza del mercato / urlando e strillando ".
John Ruskin ne parla dicendo:
 " Qualunque cosa la gente saggia può dire di loro, io alla fine ho sempre trovato il grido del gufo profezia di malizia per me ". 
Nel suo libro Follie di Brooklyn, Paul Auster confessa: 
" Preferisco mille volte un furfante astuto a un pio allocco. Forse il primo non rispetterà le regole del gioco, ma ha lo spirito ".

Inoltre, perché si dice "restare come un allocco" o "essere un allocco?
L'allocco, o tawny owl in inglese
Questo rapace notturno si è guadagnato l'immeritata fama di essere stupido, a causa dell'espressione sciocca assunta dai suoi grandi occhi rotondi, fissi e vacui, specie se abbagliati da una luce diretta. La stessa espressione che assume chi rimane inerte e attonito di fronte a una situazione imprevista.
E infatti, un proverbio emiliano ci confessa che:

Gli allocchi sono cari a tutti i prezzi "

  (I luc i en cär a tüt i prési)

venerdì 21 ottobre 2016

Step 06: Il Tenné nella Scienza

Abbiamo visto entrare il Tenné all'interno di mondi più disparati (e non è finita!). Prima di proseguire, tuttavia, sarebbe bene domandarci come e quando la nostra tinta, in tutte le sue tonalità, si introduce nella ricerca scientifica in senso lato.
Nel Medioevo, era riconosciuto un modello di corrispondenza tra pianeti, colori, metalli e pietre preziose. Chi per primo però ha indagato sulla loro natura basandosi sull'osservazione, sull'ipotesi, sull'esperimento?

Isaac Newton, noto per il suo trattato l'Ottica (1704), fu il primo ad osservare che un raggio di sole, attraversando un prisma, si dilata in uno spettro oblungo, l'arcobaleno, in cui il rosso e il violetto ai suoi due estremi delimitano i colori intermedi.
In contrasto con il fisico inglese, Louis Bertrand Castel, matematico francese autore dell'Ottica dei Colori (1740), testo in cui osservò che i colori della luce suddivisi dal prisma dipendevano dalla distanza dal prisma. Ecco il primo trattato di fisica in cui appare il colore Fauve, traduzione francese di fulvo.

La diffrazione della luce secondo Castel: viene prodotto il colore "fauve"

Nel 1758 il matematico e astronomo tedesco Tobias Mayer (1723-1762) realizza il primo sistema tricromatico di ordinamento dei colori materiali (cioè superficiali, di pigmenti). Mayer parte dai tre colori che considera “perfetti” o “puri”: il rosso, il giallo e il blu e li rappresenta ai tre vertici di un triangolo. Le mescolanze di due di tali colori sono situate sui lati del triangolo, le mescolanze di tre colori all’interno del triangolo. Ogni colore è rappresentato dalle quantità delle tre componenti rosso, giallo e blu. Per esempio 4, 6, 2 è un ocra con 4 parti di rosso, 6 parti di giallo e 2 parti di blu. La sua teoria è contenuta in una conferenza alla Göttingen Academy of Sciences intitolata De affinitate colorum commentatio (1758). Il suo obiettivo era quello di stabilire quanti colori l’occhio umano fosse in grado di distinguere. Considerando 12 colori per ogni combinazione di primari e 10 livelli di “chiarezza”, il risultato di Mayer era che l’occhio umano può distinguere 910 colori diversi (oggi si ritene che l’occhio umano possa distinguerne circa 10 milioni).

Il triangolo cromatico di Mayer


Nel 1775 il fisico tedesco Georg Christoph Lichtenberg che aveva curato la pubblicazione dell’opera omnia di Tobias Mayer nel volume Opera ineditariprende il modello triangolare di Mayer ma con soli sette colori per lato, e su questo applica la regola del baricentro di Newton. Ottiene una notazione identica a quella della moderna colorimetria. Ma se la regola del baricentro di Newton si basa su mescolanze di luci, il triangolo di Mayer è basato su mescolanze di pigmenti. Dal vertice in alto e seguendo il lato destro centrale si diramano tonalità dall'arancione al giallo rossastro.
Il modello cromatico triangolare di Lichtenberg

Riportiamo infine la stella di Johannes Itten (in tedesco Farbenkugel, 1921), che si ottiene immaginando di “sbucciare “ la sfera cromatica che, vista dall’alto, mostra il polo bianco al centro, mentre quello nero viene suddiviso nelle dodici punte della stella. L’anello intermedio contiene i colori saturi. Gli altri anelli contengono le tonalità dovute a mescolanze con il bianco ed il nero. Ogni punta a partire dal centro presenta 6 tonalità dello stesso colore dal chiaro allo scuro; nei cerchi concentrici si osservano 12 colori diversi ma con la stessa intensità. Interessante per noi la punta dell'arancione.


La stella cromatica di Itten


GEOLOGIA
Anche in geologia, l'indagine su rocce e minerali comporta il riconoscimento di nuove gradazioni di colore. 
Dal Dizionario di autognosia eccletica universale o sia fior di scienza (1842) di Antonio Zambaldi ci proviene una definizione della corniola:
"specie di minerale a base di silice, di color rosso carneo, volgente da un lato al color giallo della cera sino alla così detta corniola cotognina od anco al bruno cornea mentre poi dall'altro lato volge essa gradatamente sino al più intenso rosso cupo di granata" 
Pietra della corniola
Ancora, nel manuale di scienza e storia naturale, Dello stato fisico del suolo di Roma (1820), Giovanni Battista Brocchi indaga sulla costituzione del terreno della capitale in base alla natura delle rocce; è nella sezione di quelle vulcaniche che egli si sofferma sulle varietà di tufo, la cui massa è un aggregato di scorie, lapilli e ceneri; sul tufo litoide afferma:
"Il suo colore è rosso lionato con macchie di tinta più carica o che dipendono da frammenti di lava cui tessitura si accosta a quella della pomice."
Tufo litoide rossastro


Curiosità: il nome Tenné deriva dal tanno, che in biologia indica la corteccia di alcuni vegetali contenente tannino, specialmente della quercia (Quercus), impiegata nella concia del cuoio.


Corteccia di quercia


Il genere Quercus comprende alcune specie sempreverdi, diffuse prevalentemente lungo le coste del Mediterraneo. Le più comuni querce sono state classificate da Linneo, botanico svedese del '700, come Quercus robur e vengono dette comunemente roveri.
Dal Dizionario enciclopedico delle scienze, lettere e arti (1834) di Antonio Bazzarini leggiamo qualcosa in merito alla corteccia del rovere:
La corteccia pestata e polverizzata somministra la miglior concia per la preparazione delle pelli; dà un colore fulvo, e può fino a certo punto sostituire le galle e le cupolette nella tintoria e nell' arte del cappellaio "

martedì 18 ottobre 2016

Step 05: Il Tenné nella Musica

I suoni e i colori si corrispondono e si armonizzano tra di loro. In senso più scientifico, le vibrazioni dei suoni e dei colori vanno ad agire sui nostri sensori percettivi. 
Per questa ragione, spesso si identifica il musicista al pittore: se quest'ultimo fa corrispondere tanti toni di colori, attraverso linee e figure, rappresentando ciò che l'occhio coglie, il musicista è alla ricerca di un colore che sia forma, senza esserle necessariamente legato. 


"In generale il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull'anima. Il colore è il tasto, l'occhio il martelletto, l'anima il pianoforte dalle molte corde..."

Così scrive Kandinskij nel suo "Spirituale nell’arte". E ancora, sono sue parole: " Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita ”. Per l'artista, la musica è un modello spirituale per la pittura in quanto dominio dell’immateriale, l’arte più adatta a parlare all’animo umano.
Ad influenzare  il genio dell'Astrattismo, tuttavia, ben pochi sanno fu Skrjabin, compositore e pianista russo di fine '800, la cui nuova e straordinaria teoria poneva in stretta relazione i colori alle note musicali: egli giunse ad identificare la distribuzione
Cerchio delle corrispondenze
note-colori di Skrjabin
dei suoni in rapporto allo spettro dei colori,
 creando un cerchio delle corrispondenze.

Inoltre, Skrjabin stesso suonava su una tastiera per luci con i tasti opportunamente colorati di tinte diverse, intrecciando melodie al di fuori del senso comune, lasciandosi trascinare da questo o quel colore e non dalla nota in sé.
Ecco che la tastiera appare con una sua identità cromatica ben specifica.
La tastiera di Skrjabin
La ricerca del Tenné all'interno del mondo della Musica (pop e rock in particolare) si estenderà ai testi che ne fanno riferimento in veste di attributo (a nomi, cose, persone..).

Philip Ochs, autore folk/country rock statunitense, cita in The Highwayman (1965), canzone contro la guerra, un tramonto fulvo (No, he did not come at the noon / and out of tawny sunset): video

Anche una parte del corpo, come gli occhi di una ragazza, possono essere brunati (I never thought I'd meet a girl like you; / meet a girl like you. / With auburn hair and tawny eyes): I Ran (1982), de "A Flock of Seagulls", gruppo inglese synthpop:
video









Appartenente al genere pop-rock, in Castilian blue (1993) di Sananda Maitreya viene associato al caffè il color pelle fulva (Her coffee tawny skin / sent my blood pressure up and down): video

Inseriamo anche una curiosa canzone pop, Keeper of my heart (1995), in cui Aliannah Myles menziona quella pietra che in un post precedente avevamo notato affine al nostro colore (si veda Il Tenné e il Mito), la corniolavideo 
Testo: Keeper of my heart


Infine, per ispirare uno scenario naturale che scaturisce da tonalità prossime al Tenné, si consiglia l'ascolto del brano di musica classica l'Autunno (1725 ca.) di Antonio Vivaldi:



venerdì 14 ottobre 2016

Step 04: Il Tenné e il Mito

Indipendentemente dalla cultura a cui si guarda, l'universo dei colori e quello mitologico risultano avere strettissime relazioni: la loro presenza all'interno del mito assume significati talvolta non così immediati da comprendere e differenti a seconda del mondo mitico a cui si vuol far riferimento.
Per Carl Gustav Jung, antropologo della prima metà del '900, l’importanza dei miti, come per lo stesso Freud, consisteva nella loro somiglianza con i sogni, con cui condividono il linguaggio simbolico. E, come scopriremo, anche i colori hanno valenze simboliche; essi non sono infatti puri fenomeni fisici o semplici caratteristiche delle cose, ma hanno un ruolo rilevante a livello emozionale, mentale e spirituale.

Risulta piuttosto complicato trovare un preciso riferimento al nostro tenné nella mitologia dei popoli antichi; è tuttavia possibile espandere il campo a tonalità prossime.

Per prima, dato che il nome Tenné deriva da tanno, ovvero la corteccia di quercia, impiegata nella concia del cuoio, ci è di dovere curiosare su questo mitico albero.
La quercia è un albero di lunga vita e appartiene alla specie di piante più forti. Da molti popoli era considerato l'albero sacro, tra cui i Celti, gli antichi Ebrei, i Greci e i Romani.
Al tempo di Abramo, all’ombra della quercia di Sichem crebbero i maghi, che interpretavano i segni dal fruscio delle foglie e dal tubare delle colombe, poiché tra gli alberi era instillato lo spirito, mentre i Druidi, sacerdoti celtici, praticavano il loro culto in mezzo ai querceti.
Gli antichi greci possedevano un albero sacro di quercia di Zeus, sotto il quale Sibilla, la
vergine indovina, annunciava le sue profezie. Anche la famosa mazza di Ercole era realizzata in legno di quercia.
I Romani reputavano l'albero della quercia come appartenente a Giove.
Il tempio di Baal, divinità mesopotamica, conservato a Damasco, è stato costruito in un boschetto di querce.


Grazie alle sue enormi dimensioni e la grande longevità, la quercia nella mitologia di molti popoli 
era mitizzata come il re della foresta
Albero di quercia
 e quindi, spesso dedicata alle supreme divinità (si veda Zeus, Giove, Perun, gli dei del tuono; c'era la convinzione che il fulmine colpisce più spesso la quercia). Inoltre, la quercia s’identifica con la mascolinità: per esempio, un tronco di quercia bruciato in piena estate, sconfessa la divinità della fertilità del potere maschile, mentre la corona di foglie di quercia simboleggia la forza e la grandezza. E talvolta una quercia può rappresentare il mondo


Ad esempio, nell'antico mito greco degli Argonauti, il vello d'Oro (simbolo di fertilità e prosperità) era descritto appeso a una quercia e con il serpente che lo proteggeva (creatura ctonia), in cui il motivo principale della leggenda ricordava echi di tradizione indoeuropea. 
Il vello, appeso alla quercia, si ritiene utile perché lo accresce.
Il vello d'Oro appeso ad una quercia

Passiamo ora a qualcosa che ci ricorda il tenné per la sua tinta.
La corniola, ad esempio, è una pietra facente parte della famiglia dei quarzi che assume sfumature che vanno dal rosso-arancio al giallo brunato. Se gli antichi Greci consideravano la gemma un talismano contro i reumatismi e le nevralgie, gli Egiziani la utilizzavano invece come talismano per accompagnare i defunti nell'aldila' e per assicurare ai vivi la comprensione del concetto di trascendenza oltre la morte. In corniola poi venivano scolpiti molti animali sacri come l'ariete di Amon ed il falco Horus (simbolo del sole).
Nella Bibbia la corniola viene menzionata come pietra decorativa sul pettorale di Aronne (Esodo 28:15-30) e come una delle dodici pietre preziose che ornano le fondamenta della città di Gerusalemme (Apocalisse 21:19) mentre nella tradizione ebraica è la gemma della Tribù di Ruben.
Secondo la tradizione islamica, la pietra preserva dagli incubi notturni, rafforza il carattere e protegge dal male. In particolare, nel mondo indiano, essa simboleggia la pace ed è utile a promuovere l'allegria e allontanare i dispiaceri.  Nel Buddhismo è nota come uno dei sette tesori e simboleggia la saggezza. Infine, nella cultura tibetana, la corniola è sinonimo di conservazione della forza vitale composta dall’utilità (concretezza) e dal calore (sentimentalismo), per molti aspetti vicina al concetto di felicità occidentale: il bracciale Tamashii utilizzato dai monaci tibetani, composto da corniola, identifica proprio la vitalità e la felicità.
Gemme di corniola
Bracciale Tamashii usato da monaci tibetani
realizzato con pietre di corniola

            
                 
Se ancora col termine ocra indichiamo quel colore la cui tonalità va dal giallo chiaro al bruno-giallastro, allora è possibile allargare la nostra ricerca a quel che era il principale pigmento colorante dell'antichità.
Su Anat, divinità semitica nordoccidentale, grande Dea del pantheon del regno di Ugarit, si narra che insieme a Ba'al, dio della vegetazione e delle tempeste, vinse un combattimento e invitò gli sconfitti ad un banchetto; presentatasi coperta di ocra rossa, sbranò i superstiti dello scontro. Questa tonalità riappare nel mito di Sekhmet: la divinità dell'antico Egitto, inviata da Ra, aveva il compito di sterminare l'umanità, ma scambiando per sangue il vino tinto d'ocra rossa preparato dagli dei timorosi della catastrofe, cade in un sonno profondo fallendo il suo scopo.
Tonalità di ocra
Essendo l'ocra una terra argillosa, ecco che proprio questo materiale, l'argilla, trova riscontro nei diversi miti dei popoli, spesso collegata a miti antropo/cosmogonici, a partire dal racconto biblico della creazione in cui Dio plasma l'uomo con l'argilla a sua immagine e somiglianza: "... Signore, tu sei nostro padre; noi siamo l'argilla e Tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle Tue mani"Isaia 64:8.
Secondo il mito sumero l'Uomo venne creato da Enki ("signore della Terra") e Ninti, dea della vita, per mezzo di un supporto iargilla: Ninti impastò la materia per plasmare sette copie di se stessa da porre alla sua sinistra (donne) e sette, invece, alla sua destra (uomini).
Per la religione Inca, fu il dio del fuoco, Pachacámac, figlio del Sole, a donare forma con l’argilla ad una persona per ogni nazione; diede poi vita e anima a ognuno, uomo o donna che fosse, e li mandò nei luoghi che per ciascuno erano stati stabiliti sulla Terra.
Nel mito egizio il dio Khnum è spesso descritto come il creatore della vita. Egli è un dio ariete che plasma gli dei, gli uomini, gli uccelli, i pesci e il bestiame con l'argilla prima di infondere alle sue creature il soffio vitale.
E anche nel mondo greco non manca un riferimento: dato che non esisteva ancora la donna, Zeus diede incarico a Efesto, dio del fuoco, di modellare un’immagine umana servendosi di acqua e di argilla che non avesse nulla da invidiare alla bellezze delle dee. Efesto fu tanto bravo nel realizzarla che la donna che ne ebbe origine era superiore a ogni elogio e a ogni possibile immaginazione: si trattava di Pandora!
La nascita di Pandora

Secondo la mitologia cinese è Nuwa, prima divinità femminile, a creare gli uomini, plasmandoli dall'argilla, prendendo il fango sulle sponde del Fiume Giallo. Per accellerare il processo, prese un bastone sporco di fango e gettò le gocce su tutta la terra; non appena il Sole le ebbe asciugate, queste divennero nuovi uomini e nuove donne. Ancora oggi il Cina si festeggia i "Giorno dell'Uomo" il 7 gennaio, data in cui la dea compì l'opera.
La divinità cinese Nuwa crea gli uomini con l'argilla

E nella cultura africana? Secondo il mito della religione dei Dogon, antica popolazione del Mali, esisteva un unico Dio creatore, Amma, che generò la prima coppia umana plasmata nell'argillaI loro figli genereranno ciascuno una famiglia di antenati Dogon prima di diventare Nommo, ovvero spiriti antropomorfi. "Il Dio Amma prese un grumo di argilla, lo strinse nella mano e lo lanciò, così come aveva fatto per gli astri. L'argilla si distende, si dilata a nord che è l'alto, si allunga a sud, che è il bassa, si stende verso oriente e verso occidente, separando le sue membra, come un feto nell'utero."
Fasi della creazione dell'uomo secondo
il mito africano della religione dei Dogon


Curiosità: l'uccello che noi conosciamo come grifone, riporta come nome scientifico gyps fulvus per i colore del suo piumaggio; è anche un animale mitologico formato dall’unione di un’aquila nella parte anteriore e da un leone nella parte posteriore, la cui prima rappresentazionie è stata trovata in Iran su un sigillo risalente al 3000 AC.


Nelle leggende e nei miti il grifone ha assunto varie funzioni, da quello di guardiano a creatura demoniaca, fino a trasformarsi da simbolo della superbia a simbolo del Cristo, Uomo e Dio insieme nel Medioevo, a causa della sua duplice natura, terrestre e celeste.
Per gli Ebrei, rappresenta l'antica Persia, probabilmente per via delle numerose raffigurazioni di Grifoni nell'arte Persiana, mentre, tra gli antichi Greci, era considerato simbolo di forza, consacrato al Dio Sole, tanto che gli antichi artisti raffiguravano il carro del Sole trainato da Grifoni e lo stesso Apollo ne cavalcava uno. 
Piatto greco: il dio Apollo cavalca un grifone

Anche il carro di Nemesi era trainato da questi fantastici animali, che tra l'altro erano considerati la personificazione della Dea della Vendetta; non mancano raffigurazione in cui è cavalcato da Dioniso o da Eros. 
A Pompei ritroviamo invece l’animale in una tomba su un medaglione a rilievo in stucco cavalcato da Eros. In queste immagini è palese il ruolo di tramite tra mondi diversi. Come tutti i simboli c’è un aspetto ‘positivo’ e uno ‘negativo’: da un lato il grifone traina il carro solare, dall’altro accompagna i defunti nel viaggio nell’oltretomba.